Uomini in nero: i misteriosi men in black

Il primo a far entrare di prepotenza nella moderna storia dell’ufologia i misteriosi Men in Black (Uomini in Nero) fu Albert K. Bender, un impiegato di Bridgeport, nel Connecticut con la passione per la fantascienza, l’occulto e gli UFO che, negli anni cinquanta, venivano indicati in America, quasi in senso spregiativo, con il termine “flying saucers” (tradotto in Italia con dischi volanti).

Gli uomini in nero

uomini in nero
Uomini in nero – Men in black

Bender nei primi anni cinquanta si fece promotore della fondazione dell’International Flying Saucer Bureau (IFSB), una delle prime associazioni ufologiche d’oltreoceano.

I soci dell’IFSB si dedicavano con fervente entusiasmo ad attività che, se oggi possono essere considerate eccentriche, negli anni 50’ erano ritenute addirittura folli, quali ad esempio l’invio di messaggi telepatici di gruppo agli occupanti degli UFO contenenti l’invito a atterrare pacificamente sulla Terra.

Le idee dell’associazione venivano diffuse attraverso il bollettino Space Review, sul quale erano pubblicate anche le prime inchieste condotte dagli associati sugli avvistamenti di UFO.

Uno dei membri più attivi era Gray Barker, pioniere della moderna ufologia e autore di numerosi scritti sull’argomento. Nel numero dell’ottobre 1953 apparvero su Space Review due singolari annunci.

Il primo recitava : “ ULTIM’ORA. Una fonte che l’IFSB considera molto attendibile ci ha fornito informazioni secondo cui le ricerche sul mistero dei dischi volanti e la sua soluzione si avvicinano alla fase finale. La medesima fonte che ci ha fornito dati attualmente in nostro possesso, ci ha anche suggerito che non è opportuna, per il modo e per i tempi, la pubblicazione di queste informazioni su Space “Review”.

Il secondo annuncio aveva più o meno lo stesso tenore del primo : “ IMPORTANTE. Il mistero dei dischi volanti non è più un mistero. La loro origine è nota, ma ogni informazione al riguardo è bloccata da fonte superiore. Vorremmo pubblicare tutta la storia su “Space Review”, ma data la natura di queste informazioni, siamo spiacenti di dire che è consigliabile evitarlo”.

L’annuncio terminava con un inquietante monito rivolto a coloro che conducevano ricerche sugli UFO che venivano esortati ad “essere molto prudenti”.

Di lì a poco Bender sospese la pubblicazione del bollettino e sciolse l’associazione.

Alla richiesta di spiegazioni rivoltagli dalla stampa locale e dai suoi iscritti, egli si limitò a rispondere che era stato visitato da tre uomini vestiti di nero, i quali gli avevano ingiunto di interrompere le sue ricerche sugli UFO.

Bender aggiunse, inoltre, che i tre individui lo avevano talmente terrorizzato che per due giorni non era riuscito neppure a toccare cibo.

Nel 1956, Gray Barker pubblicò su questi episodi un libro dal titolo sinistro They Knew Too Much About Flying Saucers (“Sapevano troppo sui dischi volanti”), nel quale sosteneva la tesi che le autorità cospiravano per mettere a tacere gli studiosi che si avvicinavano troppo alla verità sugli UFO.

Solo a seguito di numerosi solleciti, nel 1962 Bender si convinse a dare alle stampe un resoconto sulla sua vicenda e fu proprio Barker, che era intanto divenuto editore di pubblicazioni sugli UFO, a pubblicarlo.

Il libro Intitolato Flying Saucers and the Three Men (I dischi volanti e i tre uomini), venne accolto con molta perplessità ed incredulità anche dai suoi amici.

In esso infatti Bender asseriva che i tre uomini in nero che gli avevano fatto visita nel 1953 erano in realtà alieni camuffati (il loro vero aspetto era mostruoso) provenienti da un pianeta di nome Kazik la cui missione era accumulare e raffinare l’acqua del mare, in modo da estrarre un elemento necessario alla sopravvivenza del loro mondo!

Raccontò inoltre di essere stato portato fino ad una loro base in Antardide e di essere stato terrorizzato a morte. Nel 1960, gli alieni avevano abbandonato la Terra liberando finalmente Bender dal vincolo del segreto.

Purtroppo il volume di Bender è inedito in Italia. Dico purtroppo, in quanto nella sua storia, pur se a tratti apparentemente assurda, si ravvisano molti elementi interessanti che fanno propendere per la sua sostanziale autenticità.

Quando ad esempio egli descrive il suo primo incontro con gli alieni, ci troviamo innanzi a tutta la fenomenologia delle abduction: sensazione di gelo diffuso nel corpo, OBE (esperienza fuori dal corpo), luci fluttuanti in camera da letto.

Sono tutti aspetti che negli anni cinquanta erano ancora sconosciuti al pubblico e che sono emersi solo in epoca più recente grazie ai racconti fatti dai rapiti sotto ipnosi.

Fu quindi grazie a Bender, e soprattutto grazie a Gray Barker che lo aveva sostenuto, che prese corpo il mito di quelli che poco per volta vennero definiti Men in Black (gli Uomini in Nero).

Nel 1956 anche George Adamski, il famoso contattista, raccontò di essere stato avvicinato e minacciato da tre uomini in nero e in seguito sostenne la tesi che questo “gruppo del silenzio” farebbe capo ai Banchieri Internazionali con sede a Zurigo.

Secondo un’altro noto contattista dell’epoca, George Hunt Williamson, «ci sono sempre stati ‘tre uomini’ presenti ad ogni grande evento della storia», il cui fine precipuo era sopprimere chi poteva rivelare verità scomode, al servizio di un fantomatico governo occulto mondiale dominato dai sionisti.

In realtà fin dai primi avvistamenti di UFO si erano avuti episodi relativi a personaggi non meglio identificati che avrebbero intimidito i testimoni.

L’antesignano di questi episodi fu il controverso caso di Maury Island, nello stato di Washington. Il 23 giugno 1947 (esattamente il giorno prima dello storico avvistamento di Kenneth Arnold), la guardia costiera Harold Dahl ed il figlio quindicenne avvistarono sei oggetti volanti non identificati mentre stavano navigando nella baia orientale dell’isola.

Da uno degli oggetti cadde del materiale (“scorie metalliche”) che ustionò il figlio di Dahl e uccise il suo cane, dopodiché i sei velivoli si dileguarono nell’aria.

Dahl era riuscito a fotografare gli oggetti ed a raccogliere parte del materiale caduto sulla sua barca; in seguito si mostrò molto restio a parlare dell’episodio, rivelando di aver avuto numerosi incidenti dopo l’avvistamento degli UFO.

Agli inquirenti che lo interrogarono confidò anche che, il giorno dopo l’avvistamento, un uomo vestito di nero, che si recò a casa sua a bordo di un’auto nera, lo contattò consigliandogli di dimenticare tutto “per il suo bene e quello della sua famiglia”.

L’episodio risulta tanto più sorprendente in quanto Dahl non aveva ancora fatto parola con nessuno dell’accaduto. Il caso fu investigato anche dall’Army Air Force e l’FBI, e venne ben presto ritenuto un falso per la stessa ritrattazione dei protagonisti (Dahl non ritrovò mai le foto, i frammenti erano semplici scorie minerali, la barca non mostrava danni recenti), anche se resta vivo il sospetto che siano stati costretti a farlo.

Ma numerosi episodi analoghi si ripeterono negli anni successivi, in cui sedicenti agenti o militari interrogarono e intimidirono testimoni di avvistamenti UFO, e talvolta sequestrarono la documentazione in loro possesso.

Quello che destò più clamore di tutti ebbe per protagonista un ex-poliziotto, l’ispettore stradale Rex Heflin, autore di una notissima serie di fotografie relative a un disco volante a bassa quota nei pressi di Santa Ana, in California, il 3 agosto 1965.

Heflin raccontò che, dopo la pubblicazione delle sue foto su un giornale locale, ricevette la visita di un ufficiale dei servizi di intelligence del NORAD (il comando strategico della difesa aerea americana), che si fece consegnare i positivi Polaroid di prima generazione.

Quando Heflin chiese al NORAD la restituzione delle sue foto, gli venne risposto che quell’ente non si occupava di UFO. Ma nei primi giorni del 1967 Heflin ricevette una nuova visita: due ufficiali in uniforme dell’USAF scesi da una macchina scura dal cui interno proveniva una strana luce violetta, che lo interrogarono sul suo avvistamento facendogli anche strane domande sul triangolo delle Bermude, con fare misterioso.

Questa volta Heflin si fece dare nome e grado di entrambi gli ufficiali, ma quando chiese informazioni al comando USAF, risultò che entrambi erano del tutto sconosciuti.

men in black nella cadillac nera

Alla fine di gennaio del ’67 il colonnello George Freeman, portavoce del Pentagono per il Progetto Blue Book, ammise infatti in un’intervista che «misteriosi personaggi che indossavano uniformi dell’Aeronautica militare o esibivano documenti identificativi di enti governativi hanno messo a tacere testimoni UFO.

Abbiamo controllato un certo numero di questi casi, e questi personaggi non hanno assolutamente nulla a che fare con l’Air Force. […] Presentandosi come ufficiali dell’Air Force o di altri enti pubblici, commettono un reato federale.

Indubbiamente ci piacerebbe prenderne uno».

Poche settimane dopo, il primo marzo 1967, il Quartier Generale dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti diramò una circolare per informare tutti i centri di comando dei servizi segreti dell’esistenza di tali impostori che si qualificavano come ufficiali militari per condurre un’attività intimidatoria nei confronti di testimoni UFO, ordinando inoltre che «tutto il personale militare e civile, ed in particolare gli ufficiali delle pubbliche relazioni e quelli che indagano casi UFO, che vengano a sapere di tali storie, devono notificarle immediatamente all’Ufficio Indagini Speciali più vicino» e menzionando proprio (pur senza citarlo espressamente) il caso delle foto sottratte a Heflin.

Ma negli anni ’60 le descrizioni degli Uomini in Nero cominciarono a trasformarsi in qualcosa di molto diverso da quelle di semplici agenti del cover-up governativo. Stando ad alcuni autori, i MIB cominciarono a sembrare piuttosto una parte dello stesso fenomeno UFO, mostrando capacità paranormali e comportamenti inquietanti e irrazionali.

John Keel nel suo libro “ The Mothman Prophecies”, resoconto delle sue indagini condotte in West Virginia nel 1967 sul cosiddetto uomo falena, riporta diversi aneddoti su questi strani personaggi.

Riferisce Keel nel suo volume: “Quando ho cominciato a raccogliere segnalazioni del genere (sui men in black -n.d.a), d’istinto diffidavo di coloro che me ne parlavano. Sembrava una messinscena in grande stile. Ma un po’ per volta mi resi conto che in casi molto lontani gli uni dagli altri emergevano sempre gli stessi dettagli.

Minimi dettagli che nessuno aveva mai pubblicato, nemmeno le newletters dei fanatici degli UFO. C’era proprio sotto qualcosa: Alcuni riuscivano a cavarsela senza quasi destare sospetti. Ma quasi sempre c’era un piccolo errore, una svista nell’abbigliamento o nel comportamento, che ai testimoni pareva passare quasi inosservata, ma che per me era come un segnale di allarme.

Spesso arrivavano a bordo di vecchie automobili, che tuttavia erano tirate a lustro come se fossero appena uscite dalla fabbrica. Talvolta si presentavano con indosso vestiti fuori moda, o, cosa più inquietante con vestiti che sarebbero venuti di moda solo alcuni anni dopo.

Quelli che si presentavano come ufficiali non mostravano alcuna conoscenza delle procedure militari o del gergo più elementare dell’esercito o dell’aviazione. Se uno di loro prendeva di tasca un portafogli o un taccuino, erano nuovi di zecca, mentre di solito hanno portafogli usurati e i taccuini si consumano rapidamente.

Infine, come le fate della tradizione, raccoglievano souvenir dai testimoni, andandosene soddisfatti con una vecchia rivista, una penna o qualche altro piccolo oggetto senza valore.

Ciò che più mi turbava era il fatto che la descrizione di questi misteriosi uomini e donne spesso coincidesse con altre descrizioni: quelle che avevo avuto da coloro che affermavano di avere assistito all’atterraggio di un UFO o che dichiaravano di avere intravisto i piloti, addirittura di avere conservato con loro.

Gli alieni avevano visi appuntiti o caratteristiche somatiche somatiche orientali, pelle scura ma non negroidi e dita insolitamente lunghe”.

Bisogna però sottolineare che Keel propende per la spiegazione parafisica degli UFO e delle entità ad essi collegate, MIB compresi. A suo parere tali fenomeni esistono da sempre, pur se si manifestano con caratteristiche diverse a seconda dell’epoca, e provengono da un’altra dimensione che coesiste e si compenetra con la nostra.

Tale teoria, per inciso, non spiega il fenomeno degli UFO crashes (incidenti Ufo) e delle basi sotterranee in cui interagiscono militari e varie specie di alieni. Fu proprio Keel, infine, il primo a diffondere l’uso della sigla MIB per indicare i Men in Black, ed il primo a parlare dei “fotografi misteriosi” che abbagliavano i testimoni con misteriosi flash.

Uno dei casi più eclatanti relativi ai MIB si verificò nel 1976 ed ebbe come protagonista principale il dott. Herbert Hopkins, un medico di 58 anni. Egli era stato coinvolto nelle indagini condotte dalla polizia su un caso di presunto rapimento con teletrasporto da parte di un UFO nel Maine.

Il suo compito consisteva nel sottoporre a perizia psichiatrica il principale testimone dell’evento per verificarne la credibilità.

Un pomeriggio, mentre era solo in casa, ricevette una telefonata da parte di qualcuno che si qualificò come il vice- presidente di un’associazione ufologica del New Jersey, il quale chiese di vederlo per discutere alcuni dettagli del caso in questione.

Men in black ufo

Hopkins accettò di incontrarlo e lo invitò a casa. Si recò sul retro della sua abitazione per accendere le luci del cortile, in modo che il suo ospite potesse parcheggiarvi l’auto, ma non appena aprì la porta notò qualcuno che stava salendo le scale, “non c’era alcuna automobile”, raccontò in seguito il dott. Hopkins, “e la cosa mi stupì non poco, perché la cabina telefonica più vicina era ad una distanza che certo non poteva essere percorsa a piedi in così poco tempo”.

Comunque il medico accolse il suo ospite senza particolare apprensione. Lo strano individuo indossava un abito nero, con cappello, cravatta e scarpe anch’esse nere che contrastavano con una camicia candida. “Sembrava un impresario di pompe funebri” ebbe a dichiarare in seguito Hopkins.

I vestiti erano immacolati senza la minima piegatura; indossava inoltre guanti grigio tortora. Quando l’uomo si tolse il cappello, il dottore notò che era completamente calvo e non aveva neppure ciglia e sopracciglia. La pelle era bianchissima con le labbra di uno strano rosso scarlatto.

Nel corso della conversazione Hopkins notò un ulteriore particolare inquietante: l’uomo sembrava avere le labbra ricoperte di rossetto! La discussione fra i due fu alquanto banale ma ad un certo punto del colloquio lo strano ospite invitò il dottore di mostragli una delle due monete che aveva in tasca.

Chiedendosi come facesse a conoscere questo particolare il medicò obbedì, e l’uomo gli disse di tenere la moneta nel palmo della mano e di fissarla intensamente. A poco a poco la moneta sembrò prendere fuoco e così la mano e tutto il resto; quando si riebbe, Hopkins si accorse di avere il palmo vuoto.

Nessuno vedrà mai più quella moneta” disse l’uomo vestito di nero. Il dottore notò che la sua voce pareva stranamente rallentata. Poi si alzò in piedi con fare esitante dicendo: “la mia energia si sta esaurendo. Devo andare. Arrivederci”.

Si avvicinò quindi alla porta a passo lento, uscì, discese i gradini ad uno ad uno e si allontanò nel buio. Dopo un po’ dalla finestra Hopkins vide scivolare sulla strada una luce azzurrastra, all’altezza dei fanali di un’automobile ma diversa di colore e molto più intensa.

Più tardi il medico esaminò la strada alla luce di una torcia elettrica e vide al centro della carreggiata delle strane tracce, molto diverse da quelle delle gomme di un’auto: sembrava che una slitta vi fosse stata trascinata sopra per un certo tratto. Il mattino seguente le tracce erano inesplicabilmente scomparse.

La strana vicenda sembrò turbare molto il dott. Hopkins il quale rinunciò alla consulenza sul caso, troncò ogni indagine e cancellò tutti nastri con i colloqui avuti col testimone.

In seguito strani incidenti avvennero in casa del medico: luci e suoni improvvisi, interruzioni del funzionamento degli elettrodomestici, e soprattutto strane interferenze nel telefono. Hopkins pensò che dovesse esserci un collegamento con la visita da lui ricevuta ma non riuscì a capire quale e non vide mai più l’uomo vestito di nero.

Naturalmente l’organizzazione ufologica da questi citata risultò inesistente.

Il caso appena descritto è uno dei più particolareggiati ed attendibili sugli uomini in nero, attesa anche la credibilità della persona coinvolta.

In base alle descrizioni dei testimoni possiamo ora tracciare le caratteristiche dei MIB.

Essi comparirebbero senza preavviso, talvolta soli oppure in due, ma tradizionalmente in tre, alle case oppure nei luoghi di lavoro di taluni testimoni UFO e di ufologi o di loro collaboratori. Spesso la visita avviene a brevissima distanza dall’evento ufologico, a volte persino prima che i testimoni avvisino i mass media.

Ciò sembra dimostrare che i MIB dispongano di canali riservati di accesso alle informazioni, attraverso i quali conoscono tutti i dettagli dell’accaduto nonché nomi e indirizzi delle persone coinvolte; sembrerebbero inoltre possedere su di loro più informazioni di quanto i normali estranei sarebbero in grado di conoscere.

I MIB vestono di norma abiti scuri irrealisticamente puliti e privi di spiegazzature (il cui tessuto a volte viene descritto dai testimoni come “fibroso” e “simile alla plastica”). Si tratta quasi sempre di uomini anche se rarissimamente è stata segnalata la presenza di una donna.

I loro volti sono spesso definiti “dai lineamenti vagamente stranieri” in genere orientali; in qualche caso si parla esplicitamente di occhi a mandorla. Il colore della pelle è a volte pallido quasi cadaverico, più spesso olivastro o scuro, come per una forte abbronzatura.

Hanno un’espressione fissa, non sorridono mai, non mostrano emozioni. I loro movimenti appaiono rigidi ed impacciati.

I MIB parlerebbero in modo molto particolare: con tono cantilenante, lamentoso, stranamente rallentato o a scatti. Nel corso del colloquio pongono una serie di domande a volte bizzarre o incoerenti. Si mostrano comunque sempre molto informati sulla persona con cui stanno parlando, e delle circostanze del suo coinvolgimento nell’evento ufologico.

La loro sinistra visita si conclude quasi invariabilmente con la raccomandazione di non parlare a nessuno dell’evento (se si tratta di un testimone) o di interrompere ogni indagine se si tratta di un ricercatore.

Essi inoltre sembrano prediligere l’uso di Cadillac nere o altre grandi berline di colore comunque scuro. Alcuni MIB sono completamente glabri o con i capelli cortissimi, a spazzola, come se stessero ricrescendo dopo essere stati tagliati di recente .

A volte alcuni testimoni hanno descritto un curioso particolare relativo alle scarpe calzate dagli uomini in nero : esse avevano la suola di gomma e insolitamente spessa.

Tale bizzarro dettaglio ricorre anche nel racconto di Valerio Lonzi, l’addotto di nazionalità italiana sul cui caso ha investigato il prof. Corrado Malanga, massima autorità italiana in materia di abduction aliene.

Nel corso di uno dei tanti episodi di rapimento che lo hanno visto protagonista suo malgrado, il giovane descrive sotto ipnosi regressiva strani individui “vestiti di nero, con occhiali scuri e scarpe lucide con una suola strana, molto spessa…”.

E fu proprio il prof. Malanga a riferirmi, in occasione di un nostro recente incontro, un episodio ricollegabile in qualche modo ai MIB avvenuto in Italia qualche anno fa.

Un ricercatore UFO, membro di un noto centro di ricerca, fu avvicinato da un energumeno alto e con i capelli a spazzola il quale gli intimò di desistere da certi atteggiamenti “se teneva alla salute della propria nipotina”; lo strano individuo si allontanò quindi a bordo di una grossa auto recante sulla targa il simbolo dell’ “ambasciata israeliana”!

Il fenomeno degli Uomini in Nero è stato in genere interpretato in due diversi modi: come l’azione di agenti governativi diretta a far tacere testimoni e ufologi sulla realtà degli UFO, oppure come l’interferenza di creature aliene (extraterrestri o parafisiche) per negare la propria presenza sulla Terra.

In realtà, se partiamo dall’assunto che i governi da oltre cinquanta anni occultano la verità sugli UFO e in taluni casi agiscono in combutta con esseri extraterrestri, una ipotesi non esclude necessariamente l’altra.

Secondo lo scrittore e ufologo William Moore i MIB sarebbero membri di una particolare unità dell’Air Force Intelligence attualmente conosciuta come Air Force Special Activities Center (AFSAC), dedita principalmente alla raccolta di human intelligence (informazioni da fonti umane, a complemento di quelle da intercettazioni elettroniche o da materiale stampato).

L’unità, che dalla fine degli anni ‘40 ha cambiato svariate volte nome e quartier generale, dal ‘59 alla fine degli anni ‘70 era nota come 1127th Field Activities Group, di stanza a Fort Belvoir, in Virginia, e venne sicuramente coinvolta anche nelle indagini sugli UFO (come risulta da alcuni documenti declassificati e rilasciati negli anni più recenti).

Secondo Moore, loro non avrebbero creato la leggenda dei MIB, ma l’avrebbero sfruttata opportunamente per coprire le loro operazioni. Moore cita lo studioso J. R. Richelson (The U.S. Intelligence Community, Ballinger, Cambridge 1985) che descrive il 1127° come «un reparto strampalato, un mosaico di gruppi speciali… i suoi uomini erano degli impostori nati. Il loro lavoro era far parlare la gente…».

Venivano reclutati ladri d’auto, scassinatori, gente dalla parlantina facile, genialoidi, truffatori e impostori, a volte direttamente dalle carceri.

La disciplina e l’organizzazione erano secondarie, l’obiettivo era ottenere le informazioni cercate. Il reparto avrebbe partecipato ad alcune delle più difficili operazioni di controspionaggio.

Moore ha ipotizzato che il gruppo abbia semplicemente sfruttato l’idea degli Uomini in Nero, in effetti inventata e promossa da alcuni ufologi come Barker, per riuscire a camuffarsi e ottenere la copertura ideale per ottenere informazioni sugli UFO in maniera che nessuno, tranne la frangia più sensazionalista e paranoica dell’ambiente ufologico, prestasse fede ai racconti dei loro interventi.

Si parla dei MIB anche nella tradizione popolare. Lo studioso americano di folklore Peter Rojcewicz ha rilevato numerose analogie tra gli Uomini in Nero e l’antica figura del Diavolo.

Ad esempio, i MIB posseggono una natura molto simile a quella della figura mitologica del Trickster (“l’Ingannatore”, “il Burlone”). Sia la presunta onniscienza dei MIB che le coincidenze nelle loro apparizioni trovano correlazioni anche nel contesto della tradizione diabolica.

Articolo del Dott. Giacomo Casale, membro del Centro Accademico Studi Ufologici (USAC)

Fonte: Usac

A cura di Ufoalieni.it

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